Discorso sulla servitù volontaria

Étienne de La Boétie

Cos'è la servitù volontaria
per Étienne de La Boétie?

Nel suo “Discorso sulla servitù volontaria” Étienne de La Boétie porta avanti una tesi inaudita e sconcertante per la sua epoca: egli sostiene che per conquistare la libertà basterebbe semplicemente smettere di servire, ma l’essere umano preferisce restare schiavo perché ama le sue catene più della libertà. In seguito, questo pensiero fu ripreso da filosofi anarchici come Max Stirner e dai movimenti di disobbedienza civile.

Étienne de La Boétie

Étienne de La Boétie visse nella Francia del sedicesimo secolo, un periodo segnato da una monarchia assoluta in cui il Re fondava il proprio potere sul diritto divino e aveva l’appoggio della chiesa. In questo contesto La Boétie prorompe affermando che il popolo viene saccheggiato e schiavizzato da un solo tiranno e non da un’orda di barbari. Un uomo che non è neanche tra i più forti e valorosi, ma nella maggior parte dei casi è debole e vigliacco. Gli unici poteri che ha questo tiranno sono quelli che il popolo gli concede di sua spontanea volontà, e resta tutt’oggi incredibile vedere come le persone siano disposte a subire ingiustizie da parte di un solo ometto anziché contrastarlo. La Boétie esprime la sua perplessità più volte durante il discorso, sottolineando che il popolo non è composto da due o tre persone ma da migliaia, e quindi questo rifiuto alla reazione non può trattarsi di vigliaccheria, poiché un uomo solo non può nulla contro mille. L’autore, però, propone una soluzione ancora più semplice e attuabile: egli non invita a combattere il tiranno, ma soltanto a smettere di servire, a non regalargli più nulla. In questo modo il tiranno viene privato del suo potere e si toglie di mezzo da solo.

“I tiranni, più saccheggiano, tanto più pretendono, più devastano e distruggono, tanto più loro si concede, più li si serve, tanto più si rafforzano e si fanno sempre più potenti e pronti ad annientare e distruggere ogni cosa. Ma se non si concede loro nulla, se non li si obbedisce affatto, allora, senza combattere, senza colpire, eccoli nudi e sconfitti; non sono più nulla, come il ramo che rinsecca e muore quando la radice lo priva di linfa o di nutrimento”.

La Boétie prosegue il discorso elencando quelle che sono le ragioni per le quali il popolo decide di servire volontariamente, senza dover essere costretto con la forza. La prima ragione la troviamo nell’essere nati già sotto una forma di schiavitù, chi non ha mai conosciuto la libertà, non può percepirne il valore e desiderarla. Quando le persone vengono cresciute ed educate come servi diventano vili ed “effemminate”, perdono la loro vitalità e sono incapaci di ogni grandezza. Le persone libere, invece, desiderano la grandezza, sia per sé stesse che per il bene comune, e si aspettano di avere la propria parte di male nella disfatta o di bene nella vittoria. Questo i tiranni lo sanno bene, e fanno di tutto per favorire l’indebolimento dello spirito del popolo.

Infatti, la seconda ragione la riscontriamo nel fatto che il popolo vive in un perenne stato narcotico, indotto attraverso i continui piaceri generosamente elargiti dal tiranno. Tra questi rientrano i bordelli, le taverne e le sale da gioco, ma anche i teatri, le medaglie e i dipinti. In questo modo le persone sono sempre distratte, intrattenute da qualcosa, e non possono riflettere sulla propria condizione di schiavitù, oppure non hanno voglia ed energie per reagire perché sono immerse nel piacere. 

“Droghe di questo genere rappresentavano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della libertà, gli strumenti della tirannia. Erano questi i mezzi, le pratiche, le lusinghe che gli antichi tiranni avevano a disposizione per addormentare i loro sudditi sotto il giogo”.

La terza ragione per la quale il popolo è ben disposto a vivere in servitù, risiede nel fatto che la maggior parte delle persone riesce a ricavarne un profitto immediato, cioè si cura dei propri interessi personali. Il tiranno non è mai da solo al potere, ha sempre una ristretta cerchia di collaboratori con i quali condivide i frutti delle sue rapine. Questi collaboratori a loro volta fanno favori ad altre centinaia di persone, e queste centinaia hanno sotto di loro altre migliaia di persone a cui hanno fatto fare carriera, o hanno affidato cariche politiche o amministrative. In questo modo chi è ai vertici può controllare direttamente un numero elevatissimo di persone sottoposte, che sono ormai dipendenti dal sistema tirannico.

“Tra favori grandi e piccoli, tra guadagni e maneggi legati al tiranno, si arriva insomma al punto che il numero di persone a cui la tirannia sembra vantaggiosa risulta quasi uguale a quello di chi preferirebbe la libertà”.

Antonino Leo

di Antonino Leo

Filosofo, scrittore, divulgatore e fondatore del progetto filosofia contemporanea.

Commenta